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LA FINTA LIBERTÀ

Social come Facebook, Whatsapp, Instagram, Tik Tok, X, Twitch o Discord come influenzano la nostra vita nel mondo e nella società che ci circonda? Questa è la domanda che ci siamo posti nella lettura dell’articolo del 7 febbraio 2026 del Fatto Quotidiano di Pino Corrias dal titolo “Quel che resta dell’Umanità. Telefonini, la droga collettiva”. L'articolo intreccia tecnologia, educazione, politica, psicologia e persino filosofia dell’uomo contemporaneo. Una chiave interessante è evitare sia il rifiuto totale della tecnologia sia l’entusiasmo cieco: il testo invita soprattutto a interrogarsi su cosa stiamo diventando. Stiamo vivendo la vita o la stiamo solo continuamente documentando? Lo smartphone non è più uno strumento: è un ambiente. Il telefono non serve semplicemente a fare qualcosa, a telefonare, a mettersi in contatto, ma è diventato il luogo dentro cui viviamo. Prima gli strumenti si usavano e poi si posavano. Oggi lo smartphone accompagna ogni momento: relazioni, lavoro, studio, memoria, svago e identità personale. Questo cambia il rapporto con la realtà. Non viviamo più solo esperienze dirette, ma esperienze filtrate dallo schermo. Con il bisogno di fotografare e condividere tutto, quasi che un’esperienza esista davvero solo se pubblicata. Lo smartphone provoca la dipendenza dall’immediatezza. Non sappiamo più aspettare, vogliamo che ogni desiderio ci venga soddisfatto subito, desideriamo una risposta immediata, cerchiamo un video immediato, vogliamo fare un acquisto immediato ed infine ci mettiamo in contatto immediato. Ma l’attesa è fondamentale nella crescita umana, aiuta a maturare, insegna il limite, sviluppa pazienza e profondità di pensiero. Se tutto è istantaneo, rischiamo di perdere la capacità di concentrarci, sopportare la frustrazione e la capacità di riflettere davvero. Molti ragazzi fanno fatica a leggere testi lunghi o a mantenere l’attenzione perché sono abituati a stimoli continui e rapidissimi. Il richiamo dell’immagine dei ragazzi vicini fisicamente ma lontani con la mente è simbolica: la connessione digitale sostituisce la presenza reale; si comunica tantissimo, ma forse ci si incontra meno. Qual è la differenza vera tra “contatto” e “relazione”? Possiamo davvero sostituire il corpo, lo sguardo, il silenzio condiviso? Il rischio é una progressiva perdita dell’umanità concreta. Il problema non è solo tecnologico, ma economico. Le piattaforme digitali non sono neutrali, ma vivono grazie alla nostra attenzione: più tempo passiamo online, più dati produciamo e più guadagni generiamo loro. Le app sono progettate per trattenerci attraverso strumenti invasivi come notifiche, scroll infiniti, contenuti personalizzati, tutti meccanismi simili al gioco d’azzardo. Se il prodotto che consultiamo, ciò che vediamo è gratuito, forse il prodotto non è ciò che vediamo, ma siamo noi. E’ nato quindi il “capitalismo della sorveglianza”: i nostri comportamenti diventano dati da vendere e analizzare. E questo è il grande tema, perché una volta elaborati e digeriti dagli algoritmi i nostri dati le nostre informazioni potrebbero essere manipolate a piacimento di qualche potere. Addirittura si potrebbe arrivare a manipolare mediante fake news, emozioni sempre più gestite si arriverebbe ad una polarizzazione e ad un vero e proprio controllo dell’opinione pubblica. Infatti, gli algoritmi tendono a mostrarci contenuti che confermano ciò che già pensiamo, non potranno mai correggere opinioni sbagliate, perché ciò implicherebbe adottare giudizio, discernimento. Il rischio è che si venga a creare una società di “bolle”: più aggressiva, meno capace di dialogo e quindi più facile da manipolare. Una democrazia funziona solo se i cittadini sanno informarsi, riflettere e confrontarsi criticamente. L’intelligenza artificiale sotto questi aspetti è da considerarsi un’opportunità o un pericolo? La questione centrale non è solo “quanto sarà potente l’IA”, ma chi decide come usarla? Quindi il vero tema etico diventa attribuire delle responsabilità, definire delle regole, stabilire un controllo “democratico” della tecnologia. La tecnologia non è il nemico, lo smartphone ha anche aspetti positivi: riesce a dare accesso alla conoscenza, rappresenta una modalità di comunicazione immediata e diretta, nello smartphone si delineano anche possibilità creative, offre inclusione a chi soffre di isolamento, è un valido aiuto nello studio e nel lavoro. Il problema nasce quando questo strumento sostituisce completamente la realtà, crea dipendenza, riducendo la capacità critica. Quindi la domanda finale potrebbe essere: siamo noi a usare la tecnologia o è la tecnologia a usare noi?  L’uomo ha sempre inventato strumenti, ma oggi gli strumenti influenzano: il modo di pensare, il modo di amare, il modo di ricordare e perfino il modo di percepire se stessi. Il rischio più grande non è che le macchine diventino umane, ma che gli esseri umani diventino sempre più automatici, impulsivi e dipendenti. La vera sfida del futuro sarà conservare, nonostante le macchine, attenzione, libertà e relazioni autentiche in un mondo dominato dagli algoritmi.

 

Leonardo Pietralunga

Adriano Gentile

Gabriele Maroli

Riccardo Mori

Marco Saccenti

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