NON TI ABBANDONO, TI AFFIDO

Un atto di separazione, quando coinvolge una madre e un bambino, può apparire immediatamente come una rottura irreparabile, un vuoto che si apre nel punto più profondo dei legami umani. Eppure, in alcune situazioni estreme, proprio quel gesto può assumere un significato diverso, quasi paradossale: non quello dell’abbandono, ma di una forma radicale di amore e di protezione. Dire “non ti abbandono, ti affido” significa riconoscere che l’amore, a volte, non coincide con la presenza, ma con la capacità di scegliere ciò che è meglio per l’altro anche a costo di sé stessi. La madre che non può garantire al proprio figlio una vita dignitosa può vivere la separazione non come rifiuto, ma come rinuncia dolorosa al proprio ruolo per assicurare al bambino una possibilità diversa, una vita che lei, in quel momento, non è in grado di offrirgli. In questa prospettiva, realtà come la Culla della Vita diventano il simbolo di un passaggio delicatissimo: trasformano un gesto segnato dal dolore in un atto che apre alla speranza, dove la vita non viene interrotta ma consegnata a una nuova possibilità. Chi soffre di più, i genitori o il bambino abbandonato? Il bambino può vivere la ferita dell’assenza e della ricerca delle proprie radici, mentre i genitori possono portare dentro di sé il peso silenzioso della rinuncia e del dubbio. Entrambe le sofferenze esistono, e proprio per questo non si annullano a vicenda. In fondo, anche nella separazione più dolorosa può nascondersi un gesto d’amore: lasciare andare non significa perdere, ma affidare la vita alla possibilità di essere felice altrove, di essere amata e di poter fiorire.
Saccenti Marco
Pescatori Dea