LA SCUOLA FERITA

Siamo a scuola, luogo in cui si impara soprattutto la civiltà, ma c’è appena stato un accoltellamento da parte di un alunno verso un’insegnante. Salva, ma a rischio di vita. “Non sapevamo nemmeno se fosse venuto a scuola, ma adesso ce ne siamo accorti.”A Bergamo, il ventisei marzo scorso, un ragazzino della mia età ha portato un coltello e una pistola scacciacani a scuola, durante la lezione si è alzato, riprendendo la scena con la sua Go-pro in diretta privata su Telegram, si è diretto davanti alla professoressa e le ha ficcato un coltello nella pancia. Era venuto a scuola indossando una maglietta con scritto: “vendetta”, all’apparenza insignificante, ma nascondeva un suo lato oscuro e fragile: percepisce che la vendetta sia l’unica soluzione per risolvere un problema, che la violenza sia l'unico mezzo per raggiungere la pace, probabilmente conosce solo quel metodo, perché non è riuscito ad aprirsi al mondo che lo circonda, per chiedere aiuto.Non riesco a immaginare quante emozioni siano passate per la sua testa in quel momento, troppe e incomprensibili. Lui non voleva ucciderla, sono troppo pochi tredici anni per interrompere una vita, o forse sì, forse sono solo io che penso che queste azioni possano accadere solo in un film, non riesco a realizzare solo il pensiero di, banalmente, portare un coltello a scuola, e per fortuna, perché significa che non vivo in un contesto in cui questo è normalità. Lui ha un mondo tutto suo, che nessuno può capire, noi abbiamo il diritto di averlo, ma abbiamo il dovere di distinguerlo dalla realtà, forse non conosceva le conseguenze, perché nella sua realtà quel gesto è normale. Le domande che mi pongo sono: “Perché lui ha questa percezione della realtà? Da cosa è causata? O chi l’ha causata?” Posso fare un’ipotesi, ma non potrò mai capire veramente le reali cause, potrebbe essere colpa dei genitori: sono loro che hanno reso normale questo tipo di azioni? Oppure l’hanno esposto al mondo dei social troppo presto? Perché non è legale avere un account social sotto il quattordicesimo anno di età ( anche se ormai penso sia solo una frase scritta su un foglio di carta, che tanti non sanno neanche che esista, sia figli che genitori). Lui con chi socializzava tramite i social? Chi sono quelli che parlavano con lui attraverso uno schermo? Personalmente, penso che siano stati i social a creargli questa percezione della realtà, perché con una macchina che non sai guidare, rischi solo di andare fuori strada. I ragazzini di terza media che alla fermata dell’autobus si scambiano la fotografia del compagno di scuola che ha accoltellato la prof... «È lui», «Ma no!», «Non può essere lui», «L’ho visto arrivare, mi sembrava normale». Loro non han visto niente di pericoloso in lui, solo un ragazzino introverso che preferiva rimanere da solo. Invece, dietro a quel silenzio si nascondeva un ragazzo fragile, inconsapevole, immaturo, forse abbandonato a sé stesso, con un telefono che non era ancora riuscito a domare, donato dai genitori come un regalo, inconsapevoli di contribuire ad allontanarlo dalla realtà, e che pian piano lo avrebbe portato a fare l'inimmaginabile. La causa dell’accoltellamento sembra essere un brutto voto preso nella materia dell'insegnante aggredita. Questo è un motivo valido (anche se penso che non ci sia mai un vero motivo per ferire una persona)? No, lui non sa controllare la rabbia, è un ragazzo influenzato negativamente dai social.Una mamma racconta che ha portato suo figlio a scuola in ritardo: «I compagni dalla finestra urlavano al figlio: “vai via, vai via, hanno accoltellato la prof ”. Ma la bidella ha detto “ma nooo” e lo ha fatto entrare. Se avessi saputo che cos’era successo l’avrei riportato a casa». Dietro la paura di un gruppo di ragazzi che dice di scappare, andare via, si nasconde la voce di chi vedeva tutti i giorni un ragazzo, silenzioso, normale, diventare un pericolo, colui che vedevano come un innocuo individuo è diventato ciò che non avrebbero mai pensato. Probabilmente, mentre si alzava e si dirigeva dalla professoressa non hanno pensato che avesse il coraggio di pugnalarla, pensavano stesse andando al cestino o in bagno senza permesso, forse quando hanno visto la scena si sono resi conto che lui era in classe, non era invisibile, ma era troppo tardi. Troppo tardi per dirgli che non sono normali queste reazioni. E chi era dall’altra parte dello schermo non sapeva come dirglielo o, più probabilmente, non sapeva nemmeno lui la gravità dell’azione. I social possono solo distoglierci dai nostri veri obiettivi, che non sono raggiungere mille iscritti su YouTube. Questo ragazzo probabilmente passava i pomeriggi con sé stesso rifugiandosi nella sua chat privata, forse raccontando aspetti intimi della vita, che sarebbero privati, lui però non percepisce questo senso di riservatezza, perché non lo conosce. Con questi amici si sente più sicuro rispetto a chi può toccare, questo è gravissimo, perché riponendo la nostra fiducia in internet, tutto potrebbe essere divulgato ovunque. Questo è il rischio di porre la fiducia in uno schermo.Abbiamo poche possibilità che questo sistema di educazione cambi, perché partendo già dai primi mesi di vita, il telefono non dovrebbe essere sfruttato né come gioco o come un babysitter. Il Ministro dell’Istruzione ha già vietato il telefono a scuola, utile come legge, ma se un ragazzo, appena torna a casa, mentre mangia, mentre “fa i compiti”, ha il telefono accanto a lui aspettando notifiche o scrivendole, e passa tutti i pomeriggi davanti allo schermo, cosa cambia da usarlo ventiquattro ore a diciannove ore? Noi non possiamo intervenire concretamente con il ragazzo, ma possiamo prevenire questa situazione, formando genitori sempre più responsabili, come ribadisce Giuseppe Valditara, perché devono saperlo loro che è una malattia non curabile, che sta avvelenando i loro figli. E sta polverizzando la nostra società. Un esempio: l’ultima volta che sono andato al ristorante, c’era un gruppo di adulti, con rispettivi figli dotati di cellulare, che chattavano con il proprio telefono, anche la conversazione al tavolo era abbastanza limitata. Sono concorde con il Ministro dell’Istruzione: è necessario agire sull’educazione dei genitori per prevenire queste situazioni, estreme ma che dicono che il disagio è grosso.
Gabriele Maroli