NELLA FORTEZZA DEL TEATRO

Armando Punzo, regista, drammaturgo e fondatore della Compagnia della Fortezza, da quasi quarant’anni porta il teatro dentro il carcere di massima sicurezza di Volterra. Il suo lavoro, riconosciuto a livello internazionale, ha trasformato il teatro in uno spazio di ricerca artistica e umana, dove il confine tra scena e vita si fa sottile. Intervistato dalla redazione di Increscendo, Punzo ha raccontato con grande disponibilità il senso del suo percorso, il rapporto tra libertà e prigionia e il valore del teatro come occasione di trasformazione.
Leonardo Com’è nata la scelta di fare teatro in un carcere di massima sicurezza? C’è stato un momento preciso che le ha fatto capire che questa sarebbe stata la sua strada?
Ero giovane, all’inizio della mia carriera artistica, quasi 40 anni fa. Ero a Volterra con il gruppo di Jerzy Grotowski, uno dei grandi del Teatro del Novecento. Una sera ho alzato gli occhi e dal teatrino che sta di fronte alla sede del carcere emi sono chiesto se non si potesse creare una compagnia di teatro anche là, in quel luogo che troppo spesso viene considerato separato, a parte, rispetto al resto del mondo. In quel momento non mi interessava lavorare con il teatro di tradizione, con gli attori, con gente preparata e strutturata. Volevo lavorare con persone non professioniste e mettere alla prova il teatro rispetto a persone da costruire, non allenate alla bellezza. E poi mi interessava la questione del carcere. il carcere è un luogo reale in cui sono rinchiuse delle persone. Ciò che mi colpiva era la metafora del carcere, legata al concetto di libertà. Noi siamo davvero liberi? Ne siamo convinti? Mi affascinava fare teatro, ovvero il massimo della libertà, in un luogo di massima costrizione. E quando sono entrato ho trovato cose molto più interessanti.
Marco Nel suo lavoro il teatro sembra produrre effetti molto concreti sulla vita delle persone. La finzione può essere più vera della realtà?
La domanda è complessa. Prima di tutto bisognerebbe chiedersi: cos’è davvero la realtà? E cosa significa essere autentici? Quando si è in scena, quando si costruisce un personaggio e un’opera, si concentrano in un tempo e in uno spazio precisi possibilità che nella vita quotidiana spesso non riusciamo a vivere. Il teatro permette di scoprire aspetti di sé che normalmente restano nascosti. Si fanno esperienze emotive, azioni e reazioni che nella vita reale potrebbero essere represse o censurate. Nel quotidiano ci nascondiamo continuamente; in teatro questo non può accadere. Sulla scena tutto è esposizione, tutto è rivelazione. Il teatro è un concentrato di possibilità. E, soprattutto, di possibilità positive e consapevoli.
Gabriele. Quando un detenuto sale sul palco, chi emerge davvero: la persona o il personaggio?
Se emerge il personaggio — se riesce a convincere e a catturare lo spettatore — allora emerge indirettamente anche la persona che lo interpreta. L’attore compie un gesto importante: si mette da parte, si dona al personaggio. Prende distanza dal proprio io quotidiano. Non può essere contemporaneamente sé stesso e il personaggio: deve lasciare spazio a qualcosa di altro. Ed è proprio in quella distanza che spesso si rivela qualcosa di profondamente umano.
Leonardo Il carcere è spesso pensato come luogo di punizione. Il teatro può trasformare realmente una persona oppure il cambiamento rischia di fermarsi sul palcoscenico?
Quando si parla di teatro in carcere si pensa quasi sempre a uno strumento “utile” per rieducare o reinserire. Ma il mio obiettivo non è mai stato questo. Io voglio creare un’opera d’arte vera, non uno “spettacolino” a tema sociale. Cerco un’esperienza artistica autentica, che quasi faccia dimenticare di trovarsi dentro un carcere. Poi, certo, questa esperienza può cambiare profondamente le persone. Ma è una conseguenza indiretta, non il fine principale. Il teatro, quando è reale, ha a che fare con la vita e con la possibilità di trasformarla.
Marco In che modo questa esperienza ha cambiato anche lei, come uomo e come artista?
È una domanda difficile. Tutta la mia formazione è avvenuta qui dentro. Oggi sembra quasi incredibile pensarci, ma tutto ciò che sono artisticamente l’ho imparato in questo luogo. Ogni detenuto è una storia diversa, spesso proveniente da realtà molto lontane. Ho capito che il carcere racchiude molte delle contraddizioni del mondo: povertà, marginalità, ingiustizie. Il problema è che il detenuto viene spesso identificato solo con il suo reato. Ma è un errore: gli esseri umani cambiano. E il teatro può diventare il motore di questo cambiamento, perché permette di riconnettere la propria vita e guardarla con occhi nuovi.
Gabriele Lei parla spesso di “libertà interiore”. È possibile sentirsi liberi anche dentro un carcere?
Questa è la mia grande ambizione. La libertà non coincide con il “fare ciò che si vuole”. È, prima di tutto, un rapporto con sé stessi. Può sembrare un paradosso, ma si può trovare una forma di libertà anche in carcere. Dipende da ciò che si cerca. Se si cerca di comprendere sé stessi e il mondo, anche un luogo di costrizione può diventare uno spazio di conoscenza. Naturalmente esistono limiti fisici, ma la libertà interiore nasce dalla riflessione, dalla consapevolezza. Ricordo una frase di Aniello Arena, uno dei nostri attori: un giorno mi disse, in napoletano, “Ma perché queste cose le ho scoperte solo adesso?”. Io gli risposi che la cosa importante era averle scoperte. Aniello non aveva mai avuto possibilità di studiare: il teatro è diventato per lui un’occasione di rinascita.
Leonardo. Noi giovani viviamo spesso tra identità reali e identità costruite, soprattutto sui social. Secondo lei oggi siamo più liberi o più prigionieri?
Per la vostra generazione è molto difficile affrontare tutto questo. Siete in una fase della vita in cui state costruendo voi stessi, cercando di capire il mondo tra mille informazioni, regole e possibilità. Il problema non sono i social in sé. Diventano pericolosi quando sostituiscono le relazioni reali, anche quelle difficili o conflittuali. Se diventano una fuga dalla vita concreta o uno spazio in cui rifugiarsi dietro identità artificiali, allora rischiano di trasformarsi in una prigione. Se una persona si accorge di aver passato quattro, cinque o sei ore al giorno davanti a uno schermo, dovrebbe chiedersi quanto tempo sta sottraendo alla propria vita. Voi, però, dimostrate curiosità, spirito critico e desiderio di capire. Il vostro giornale è un esempio importante: significa cercare occasioni vere di confronto e conoscenza.
A questo punto, le domande coinvolgono anche Giacomo e Viola, presenti all’intervista.
Marco. Avete subito colto l’opportunità del teatro o all’inizio ne avete avuto paura? Avete colto subito l’opportunità del teatro oppure all’inizio ne avete avuto paura?
Giacomo. Ci sono stati momenti alti e bassi, ma non ho mai pensato davvero di mollare. Per me il teatro è una ricerca personale. Attraverso i personaggi provo a conoscere aspetti di me che ignoravo o che temevo. Più che fare l’attore, sto cercando me stesso. Per questo ho sentito questo luogo come una casa. Le domande che Armando pone attraverso il teatro sono le stesse che mi accompagnano ogni giorno.
Viola. Sono arrivata qui dopo aver visto uno spettacolo della Compagnia della Fortezza. Frequentavo ancora le superiori e stavo cercando di capire cosa fare della mia vita. Vedere Atlantis è stato come entrare in un mondo che avevo sempre immaginato. Le parole, la scena, le musiche: tutto sembrava impossibile e reale allo stesso tempo. Il teatro, per me, è proprio questo: la possibilità di dare forma all’impossibile. Oggi condividere questo spazio e questi pensieri è qualcosa di meraviglioso. (Viola ha 21 anni ed è oggi la protagonista di “Cenerentola”, l’ultimo spettacolo della compagnia.)
Riccardo. Tornando a Lei, dott. Punzo, ha visto detenuti cambiare profondamente grazie al teatro? C’è una storia o un episodio che ricorda in particolare?
Sicuramente quella di Aniello Arena, ma anche di molte altre persone che, grazie al teatro, hanno imparato a guardarsi diversamente e a rileggere la propria vita. Detto questo, il teatro non è più potente in carcere che fuori. Funziona quando coinvolge davvero chi lo vive. Non esiste un “teatro per detenuti” e un “teatro per attori liberi”: esiste soltanto il teatro.
Giacomo interviene. Il teatro è uno strumento, non il fine. Se non avessi incontrato Armando e il suo sguardo sul mondo, probabilmente non avrei mai fatto questo percorso.
Adriano. Contano di più le emozioni o il testo da interpretare?
Le due cose devono andare insieme. Un bravo attore riesce a dare verità alle parole e ai gesti, anche quando non sono immediati o scontati. Il difficile è proprio trovare quella voce autentica che permetta al testo di diventare vivo.
Marco Se dovesse lasciare un messaggio ai giovani, cosa considera più pericoloso oggi: la mancanza di limiti o la mancanza di immaginazione?
Sono anche un padre e, guardando la società di oggi, credo che spesso gli adulti commettano un grande errore: offrire tutto subito ai figli, senza lasciare loro il tempo e la fatica della conquista. Quando un ragazzo non deve desiderare nulla perché ha già tutto, rischia di perdere la capacità di cercare, di immaginare, di costruire. Non dare limiti significa, in fondo, non dare strumenti. La vita non può essere semplicemente ricevuta: va conquistata. Anche l’immaginazione deve essere attivata, non regalata.
Leonardo Pietralunga
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