PALLA PRIGIONIERA

Fuori ai rigori, e quasi verrebbe da dire: almeno ci fossero i rigori, almeno ci fosse un episodio netto a cui aggrapparsi, un colpevole da indicare senza troppe sfumature. Invece no. Al massimo c’è Cristante, e che cosa vuoi dire a Cristante, povera anima? Fuori dai Mondiali per la terza volta consecutiva, e la cosa più inquietante non è nemmeno la sconfitta: è l’assenza di reazione. Non c’è più la rabbia del 2018, né lo stupore amaro del 2022. C’è solo rassegnazione, una stanchezza collettiva che si trascina da dodici anni. Le lacrime di Gattuso non sono rabbia, sono impotenza.Eravamo pure passati in vantaggio, ma nel modo che ci riesce meglio: una papera del portiere avversario. Non un’azione costruita, non un’idea, non un lampo di talento. Un errore altrui. Poi la partita si è spezzata, come spesso succede, su un episodio che racconta più di mille analisi: l’intervento scomposto di Bastoni, quasi un gesto inevitabile, come se il disastro fosse già scritto. Inferiorità numerica, partita che si complica, copione già visto.E a quel punto restano solo due strade: l’impresa epica o la fregatura epica. Noi, ormai, sappiamo sempre quale delle due imbocchiamo. Donnarumma che si allunga all’infinito, come il portiere del Subbuteo, a tenere in piedi una speranza sempre più fragile. E davanti, contropiedi sprecati in modo quasi surreale, tiri che finiscono più vicini ai balconi delle case che alla porta. Non è sfortuna, non è nemmeno imprecisione: è proprio una distanza, tecnica e mentale, dalla porta, dal gol, dall’idea stessa di vincere.E mentre la partita scivola via, noi davanti alla televisione non urliamo più: ci facciamo domande. Domande che non dovrebbero esistere per un Paese come il nostro. Come è possibile che una nazione con tre milioni di abitanti tiri fuori un talento come Alajbegovic, e noi, con sessanta milioni, ci aggrappiamo a Politano come se fosse il massimo a cui possiamo aspirare?Poi arriveranno le solite frasi: non si poteva fare di più, non si poteva fare niente. Non cambierà nulla, o quasi. Forse salterà Gattuso, il meno responsabile di tutti, come spesso accade. E intanto una generazione intera crescerà senza sapere cosa significa un’estate mondiale. Senza le notti davanti alla TV, senza l’attesa, senza quella tensione collettiva che ti fa sentire parte di qualcosa di più grande.Io ne faccio parte. Avevo un anno nel 2014, quando uscimmo agli ottavi. Non ho memoria di un’Italia davvero protagonista. Ho sentito racconti, ho visto video, ho ascoltato Caressa gridare “Siamo campioni del mondo!”, ma per me è storia, non esperienza. E ieri sera, quella stessa voce che dice “Non ci posso credere” non è solo telecronaca: è il riassunto di un vuoto.Fa ancora più male se guardi il resto dello sport italiano. Vinciamo, convinciamo, entusiasmiamo. Sinner, Antonelli, Brignone, Goggia, Bagnaia, Bezzecchi: nomi che rappresentano eccellenza, programmazione, coraggio. Sport che hanno avuto il coraggio di cambiare, di investire, di aggiornarsi. Il tennis ha rivoluzionato le superfici, l’atletica ha costruito strutture moderne, ambienti competitivi, percorsi chiari.E il calcio? Il calcio resta fermo. Ancorato a logiche vecchie, a criteri che sanno di selezione più che di formazione. Se non sei alto abbastanza, sei fuori. Se non rientri nei parametri, non importa quanto sei bravo. Si cercano certezze, non talento. Si preferisce l’usato sicuro al rischio necessario.Ieri sera lo abbiamo visto ancora una volta: un trentaduenne titolare, un ragazzo del 2005 lasciato in panchina finché ormai era troppo tardi. E quando entra, dimostra di poterci stare. Ma il problema non è lui, non è quella scelta: è la mentalità che c’è dietro. La paura di sbagliare, che diventa incapacità di cambiare.E allora forse la domanda non è più “cos’è andato storto ieri”. La domanda è perché da dodici anni continuiamo a raccontarci la stessa storia, cambiando nomi ma non trama. Perché non è una sconfitta, è un sistema che perde. E finché non si avrà il coraggio di dirlo, e soprattutto di cambiarlo, continueremo a guardare i Mondiali da casa, cercando spiegazioni che, in fondo, conosciamo già.
Gabriele Maroli