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MANON, IL CORAGGIO DI ESSERE VERI

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Il 16 marzo 2026 ho avuto l’opportunità di partecipare alla prova aperta al pubblico under 30 di Manon Lescaut al Teatro Regio di Parma. A differenza delle prime volte, quando ho potuto assistere alla Bohème e a Andrea Chénier, questa non è stata solo un’esperienza musicale, ma un vero viaggio emotivo che mi ha fatto riflettere su temi ancora incredibilmente attuali.

L’atmosfera di una prova Under 30 è sempre elettrizzante. Penso che la motivazione, l’aspettativa e l’eccitazione di un pubblico di giovani che assiste oggi alla rappresentazione di un’opera lirica sia ancora più forte, rispetto all’emozione che può suscitare la stessa rappresentazione in un pubblico maturo, forse troppo abituato ad opere celebri come questa, e questa sensazione di frenesia nell’attesa e nei preparativi di tutta la macchina teatrale, si respirava quella sera come anche nelle altre a cui ho partecipato. Ma quello che ha fatto la differenza questa volta è proprio la trama, i contenuti, le caratteristiche dei protagonisti.

L’opera di Giacomo Puccini, andata in scena la prima volta al Regio di Torino il 1° febbraio 1893, doveva essere l’opera del riscatto del compositore, dopo gli insuccessi dell’Edgar, ma rendeva quell’impresa ancora più complessa, visto che lo stesso soggetto era già stato messo in musica da Massenet cinque anni prima. Puccini avrebbe dovuto sfuggire a quel confronto diretto portando innovazione nella sua musica, mettendo in risalto nella storia la figura femminile, i suoi tormenti, le sue emozioni, le sue passioni.

Anche la produzione del libretto dell’opera non fu affatto semplice, proprio perché nulla doveva essere scontato e banale.

E nulla è scontato anche questa sera al Regio di Parma, l’impatto visivo delle scenografie e la cura dei dettagli nei costumi dei personaggi, la regia meticolosa di Massimo Pizzi Gasparon Contarini, uniti alla potenza vocale del coro, a volte ancora più enfatizzata dai movimenti del corpo del Balletto di Venezia, tutto insomma riesce a far calare perfettamente lo spettatore nell’atmosfera della storia.

Le voci dei solisti (Anastasia Bartoli - Manon e Luciano Ganci - Des Grieux) e la potente musica pucciniana, interpretata dalla Filarmonica di Parma, diretta da Ivan Ciampa, fanno il resto, immergendoci anche nella vera personalità dei protagonisti, nel susseguirsi delle loro forti passioni.

Ecco, proprio la passione è la cosa che ho percepito di più quella sera, la passione che si diffonde in tutta la storia di Manon Lescaut, una bellissima giovane donna, divisa tra l’amore sincero per Des Grieux e il desiderio di una vita fatta di lusso, bellezza e agio nel palazzo del prepotente Geronte.

È proprio questo conflitto a renderla così vicina a noi: Manon non è solo un personaggio, ma rappresenta una tensione che molti giovani vivono ogni giorno.

Magari cambia solo la successione con cui nei tempi moderni si sperimenta prima l’attrazione verso la comodità, il potere e la ricchezza anche a costo di cambiare i propri sentimenti e solo successivamente si capisce l’importanza di essere autentici anche sacrificandosi, di rispondere prima di tutto al proprio cuore e alla propria coscienza.

Possiamo tradurre questa tensione nell’eterno conflitto tra essere e apparire, quel rapporto che oggi risulta amplificato e spesso anche deformato dai social network.

Piattaforme come Instagram o TikTok ci mostrano continuamente vite perfette: corpi perfetti, viaggi da sogno, relazioni senza problemi.

Ma quanto di tutto questo è reale? E quanto invece è costruito?

Un po’ come Manon, anche noi possiamo essere tentati di scegliere ciò che “brilla di più”, ciò che riceve approvazione immediata.

Un post con molti like può dare una sensazione di valore, così come per Manon il lusso rappresenta una forma di riconoscimento sociale.

Tuttavia, proprio come nell’opera, questa ricerca rischia di allontanarci da ciò che siamo davvero.

Come afferma lo stesso direttore d’orchestra Francesco Ivan Ciampa nelle note all’ascolto, Manon cede alla frivolezza, dando “importanza alle cose inutili e solo all’ultimo capisce che il senso del tutto è un altro, è l’amore.”

L’aspetto più interessante è secondo me che Manon non è semplicemente frivola o “superficiale”: è fragile. cede agli agi e alle ricchezze materiali perché ha paura di rinunciare a un’opportunità, teme di perdere qualcosa. E questa paura è estremamente contemporanea.

Anche oggi molti ragazzi sentono la pressione di dover essere all’altezza di un’immagine, di non poter sbagliare, di dover mostrare sempre il lato migliore di sé. Il problema è che, così facendo, si rischia di vivere più per essere visti che per essere realmente felici.

I social, in questo senso, non sono il problema in sé, ma diventano uno specchio deformante: ci spingono a confrontarci continuamente con gli altri e a costruire una versione “migliorata” di noi stessi. Ma più curiamo l’apparenza, più rischiamo di perdere il contatto con la nostra autenticità.

La storia di Manon può allora essere letta come un avvertimento: quando l’apparire prende il sopravvento sull’essere, il prezzo da pagare può essere molto alto.

Non necessariamente tragico come nell’opera, ma fatto di insoddisfazione, insicurezza e senso di vuoto.

Eppure, il messaggio non è solo negativo. L’opera ci invita anche a fermarci e chiederci: chi siamo davvero, al di là di ciò che mostriamo? E soprattutto: le scelte che facciamo sono nostre o sono influenzate da ciò che gli altri si aspettano da noi?

Uscendo dal teatro, la domanda che mi è rimasta dentro è questa: in un mondo in cui tutto può essere mostrato, condiviso e giudicato, abbiamo ancora il coraggio di essere autentici?

Forse è proprio qui che Manon Lescaut diventa attuale: ci ricorda che la vera sfida non è apparire perfetti, ma riuscire a restare veri.

Leonardo Pietralunga

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