UN’INATTESA COMPLICITÀ

L’esperienza in RSA non è ancora conclusa: continua incontro dopo incontro, e ogni volta aggiunge qualcosa di nuovo. Non è solo una visita, ma un percorso fatto di emozioni condivise, le nostre e le loro, che si intrecciano e crescono nel tempo. Già prima di entrare mi capita di chiedermi come saranno i loro sguardi, immaginandoli pieni di gioia al pensiero che dei ragazzi vadano a parlare con loro, a dedicare attenzione e tempo.Per gli anziani, infatti, il dialogo ha un valore profondo. Parlare con noi significa sentirsi ascoltati, ma anche rivivere una parte della loro vita. Nei loro occhi si legge spesso il desiderio di tornare, anche solo per qualche momento, a quando avevano la nostra età: a quando erano dodicenni pieni di energia, sogni e possibilità. Ed è proprio questo che rende ogni incontro speciale.Appena entriamo, l’ambiente — inizialmente freddo e quasi impersonale — cambia. La nostra presenza lo rende più caldo, più vivo. Gli sguardi degli anziani si illuminano, diventano lucidi, come se per un attimo riuscissero a liberarsi dai limiti del loro corpo e a lasciarsi trasportare dai ricordi. Di solito ci dividiamo in piccoli gruppi per facilitare il dialogo. Io sono con Grazioli e Kawtar e ci sediamo a un tavolo con quattro signore: Renata, Marisa, Emilia e Rosa. Fin da subito si percepiscono curiosità e attesa: è come se quel momento rappresentasse per loro un ritorno a una fase della vita più semplice, lontana dalle responsabilità e dalle preoccupazioni. Iniziamo spesso parlando della loro esperienza scolastica. Ognuna ha frequentato scuole in paesi diversi: Rosa a Bozzolo, Renata a Marmirolo, Marisa a Fossacaprara ed Emilia a Sabbioneta. Dai loro racconti emerge un mondo molto diverso dal nostro: classi numerose, a volte divise tra maschi e femmine. Questo fa capire quanto fosse ancora forte, nel dopoguerra, la separazione tra i generi, anche se si intravedono già i primi cambiamenti verso una maggiore uguaglianza. Quando parliamo delle materie preferite, quasi nessuna le ricorda con precisione, tranne Rosa, che racconta con orgoglio di amare l’italiano e di aver scritto sette libri, tra italiano e dialetto. È un dettaglio che colpisce, perché dimostra come una passione possa durare tutta la vita.Le loro scuole avevano lo stretto necessario: banchi, sedie, calamai, lavagne e stufe a legna per affrontare l’inverno. Oggi queste condizioni sembrano difficili, ma per loro erano normali. Anche avere un solo insegnante per tutte le materie viene visto positivamente, perché permetteva un rapporto più diretto e sincero. Io, invece, penso che avere più insegnanti possa essere utile per confrontarsi con metodi diversi: da qui nascono discussioni interessanti, che ci fanno capire quanto il punto di vista dipenda dall’esperienza. Parliamo anche delle regole scolastiche: quasi nessuno indossava una divisa, tranne in alcuni casi, come quello di Renata, dove veniva dato un giubbotto come simbolo di appartenenza e rispetto. Anche questo racconta un’epoca in cui il senso di comunità era molto forte. Ogni volta che l’incontro finisce e dobbiamo tornare a scuola, resta qualcosa. Nei loro occhi si rivede quella scintilla che si accende quando arriviamo e che, almeno per un po’, sembra rimanere. E ogni volta mi torna la stessa domanda: quanto è importante, per loro, questo scambio? E quanto lo è anche per noi?
Questa esperienza ci sta insegnando che il dialogo tra generazioni è fondamentale. Noi siamo, in un certo senso, il risultato del loro passato: viviamo in una società più aperta e con più diritti grazie ai loro sacrifici e ai cambiamenti che hanno vissuto. Incontrarli non significa solo ascoltare storie, ma capire da dove veniamo e dare più valore a ciò che abbiamo oggi. Il senso di questi incontri, quindi, non è solo fare compagnia, ma costruire un legame. È un modo per imparare, per crescere e per portare avanti ciò che loro hanno iniziato. Così il loro passato non resta fermo nei ricordi, ma continua a vivere nel nostro presente e, in qualche modo, anche nel nostro futuro.
Riccardo Mori