DIARIO DI UNA PRIMAVERA

Tra la vista della campagna bozzolese e il suono di bombe lontane Don Primo Mazzolari trascorre uno spezzone di vita in clandestinità, per ben un anno, dal 1944 fino al giorno della Liberazione. Tra la descrizione del paesaggio e la riflessione e quindi l’esposizione del proprio pensiero mostra che con la presenza della solitudine le sue idee combaciano quasi perfettamente con quelle di Giacomo Leopardi Nel “Diario di una primavera”. La finestra da cui può osservare l’orto, il resto della canonica, le case e i campi vicini è diventata l’unica amica con cui parlare. Ma ben presto anche questa libertà gli viene tolta. Ad un certo punto del racconto il parroco di Bozzolo non potrà più affacciarsi alla finestra e sarà costretto a limitarsi ad immaginare il mondo esterno. Ancora una volta come la siepe di Leopardi che ispirò la poesia “L’Infinito”, le ante chiuse fanno vedere con l’immaginazione anche dove l’occhio non può vedere. Dopo aver salvato le vite di numerosi ebrei ed esponenti antifascisti, la vita che incontra Mazzolari è simile a quella di un recluso. I silenzi nel suo rifugio hanno lasciato enormi spazi nella sua mente che ha cercato di occupare con domande esistenziali, ma soprattutto con i suoi ipotetici legami tra natura e uomo. La natura per lui è qualcosa di immenso, qualcosa di potente, che nemmeno l’uomo sa controllare e che sempre lo sorprende, nella continua rappresentazione del suo spettacolo.Ne è la prova il canto degli uccelli che dopo il sorvolamento da parte di bombardieri e caccia alleati riprendono a cinguettare come se non fosse successo nulla, come se la guerra non fosse mai esistita. L’uomo è invece l'antagonista vero e proprio di questo diario. La stessa parola guerra è una parola unicamente umana. La guerra uccide uomini civili e militari, ma ferisce profondamente anche la vegetazione e gli animali. Nonostante ciò la natura ritorna più rigogliosa di prima con la colza gialla, il pesco, il susino rossiccio che muove le sue foglie cautamente e impavidamente senza sentire la paura di morire.Perché è la natura la vera proprietaria del mondo, non siamo noi, che sappiamo solo dividerlo in tanti Stati e staterelli per poi, a distanza di tempo, dichiararci guerra e bombardarci a vicenda. Noi siamo un piccolo minuscolo germoglio rispetto all’albero dell’Eden, ma la nostra voglia del “di più”, la nostra ambizione al potere ci ha portati a distruggerlo. Il difetto che noi possediamo, come dice anche Leopardi, è quello di trasformare il nostro pensiero nel corso del tempo. Per la natura lo scorrere del tempo è solo crescere, essere rigogliosa, unica, un patrimonio meraviglioso da non ostruire. Mazzolari parla della natura e della propria “rondinina” come una cura dalla solitudine dal male che lo affligge. Graziella rappresenta l’umano come una parte integrante di questo grande albero. Il resto dell’umanità invece vorrebbe staccarsi. Ma facciamo un salto nell’oggi: Dubai, New York, Riyadh, Manama, Doha, Kuwait City, Pechino, Shanghai, Hong Kong, Taipei, Tokyo, Macao e Seul. Sono poche città che rappresentano il consumismo moderno. Land Grabbing, sfruttamento di risorse altrui e di manodopera altrui ed il continuo usa e getta di vestiti a basso prezzo. Con questi comportamenti stiamo uccidendo noi esseri umani anche non facendo nessuna guerra, senza schierare nessun esercito. Il pianeta è sull’orlo del precipizio e noi non ci siamo ancora accorti che un piccolissimo filo invisibile che ci trascina in una voragine. A volte ritornare ad essere “naturali”, più umani, potrebbe risolvere molti dei problemi più importanti della nostra esistenza, ma ormai una strada l’abbiamo già imboccata: nostra figlia è una macchina!
Leonardo Pietralunga