NUOVI TESTIMONI

Una famiglia numerosa vive in una grande casa contadina, con una piccola stalla, in un piccolo borgo circondato da tensioni e orrori che, almeno all’inizio, sembrano ancora lontani. È così che comincia L’uomo che verrà, un film intenso, complesso e profondamente realistico. Guardando questa famiglia, ho pensato ai miei familiari qui a Bozzolo: persone semplici, sempre pronte ad accogliere chi aveva bisogno, o anche chi, per comodità, approfittava della loro ospitalità. Questo rende il film ancora più vicino, perché ci fa capire che quelle vittime potevano essere persone come noi. La protagonista è Martina, una bambina di circa sette o otto anni. Di lei conosciamo poco in apparenza, ma molto in profondità. Non sappiamo con precisione la sua età, ma sappiamo che ha vissuto un trauma enorme: il fratellino le è morto tra le braccia e, da quel momento, lei ha smesso di parlare. Il suo silenzio non è solo dolore personale: rappresenta anche il silenzio di chi subisce la guerra senza poterla raccontare. Martina osserva tutto, capisce tutto, ma non parla. La sua attenzione si concentra soprattutto sul bambino che sta per nascere, il nuovo fratellino, che per lei rappresenta una possibilità di salvezza, quasi una promessa contro la morte. Ed è proprio qui che si comprende il significato del titolo: L’uomo che verrà. Quel neonato non è solo un bambino, ma il simbolo del futuro. È colui che non vedrà direttamente l’orrore della strage: non vedrà i corpi distrutti dalle mitragliatrici, non assisterà all’esplosione della granata nella cappella del cimitero, non vedrà l’uccisione della madre e della nonna. Sentirà soltanto spari lontani, ma abbastanza vicini da segnare comunque la sua esistenza. A lui, un giorno, qualcuno dovrà raccontare la verità. Solo quando sarà abbastanza grande da poterla reggere.E in fondo, noi siamo proprio figli di quell’uomo, anzi ormai nipoti. Sono passati più di ottant’anni dal 29 settembre 1944, eppure il rischio dell’oblio è ancora fortissimo. Questo inquieta molto.
Esistono ancora ragazzi che pensano che il fascismo o altri totalitarismi siano migliori della democrazia. Esistono adolescenti che progettano violenze ispirandosi agli estremismi del passato. Viviamo in una società in cui spesso la violenza sembra normalizzata: tra cronaca, social, musica e modelli sbagliati, la vita umana sembra valere sempre meno. La differenza tra i giovani soldati tedeschi che parteciparono alla strage e certi giovani di oggi è che nel ‘44 l’Europa era immersa nella guerra e molti agirono anche per paura, obbedendo a ordini disumani per salvare se stessi. Oggi, invece, troppo spesso la violenza nasce quasi come una scelta, come se togliere la vita a qualcuno fosse un diritto e non il più grave dei crimini. Martina, però, ci insegna qualcosa di diverso. Nelle sue prime parole del film, racconta la pace che le trasmette il canto della madre quando la fa addormentare. E quel canto, un domani, sarà lei a rivolgerlo al neonato, all’uomo che verrà. È qui che il film lascia la sua domanda più importante: che uomini saremo noi?
È tempo di parlare, di raccontare ciò che è successo, di dare voce alla memoria. Solo così questa storia non resterà soltanto passato, ma diventerà una lezione vera. Perché ricordare non serve a conservare il dolore, ma a impedire che esso si ripeta.
Leonardo Pietralunga