INDIFFERENZA COMPLICE
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Nella notte tra il 17 e il 18 aprile, nel pieno della movida di via Garibaldi a Casalpusterlengo, importante cittadina della provincia lodigiana, l’esplosione di uno sportello bancomat ha attirato l’attenzione di decine di ragazzi all’esterno dei locali. Molti giovani presenti non solo hanno filmato la scena, ma in diversi casi hanno fomentato i ladri con urla, applausi e incitamenti rivolti ai malviventi. Un comportamento che ha suscitato indignazione e amarezza nelle istituzioni locali, diventando rapidamente oggetto di dibattito pubblico dopo la diffusione dei video sui social. In seguito alla fuga della banda, alcuni ragazzi hanno anche raccolto e sottratto le banconote cadute a terra durante la rapina. In quel momento, lo scarso senso civico è degenerato in reato: non più semplice passività o leggerezza, ma un’azione che la legge considera come furto o appropriazione indebita o addirittura ricettazione, a seconda delle circostanze. Un gesto che ha aggravato ulteriormente il quadro, trasformando una scena già grave in una vera e propria partecipazione attiva ad un reato. In linea generale, non sussiste per un privato cittadino l’obbligo giuridico di denunciare un reato; l’omessa denuncia (artt. 361-362 c.p.) riguarda infatti esclusivamente i pubblici ufficiali o gli incaricati di un pubblico servizio.Si configurerebbe invece il reato di omissione di soccorso (art. 593 c.p.) nel caso in cui non si fosse prestato soccorso ad una persona ferita durante il furto; oppure quello di favoreggiamento (art 378 c.p.) qualora vi fosse un aiuto concreto ai responsabili per eludere le forze dell’ordine e le investigazioni. Il nostro Codice Penale non è cambiato in modo radicale negli anni, risale al 1930, ma è stato profondamente modificato per adattarsi ai principi costituzionali, mantenendo pressoché immutata la sua struttura. Ciò che è cambiato in modo significativo sono i tempi e la mentalità delle persone, e di conseguenza anche il modo in cui certi comportamenti vengono percepiti e valutati. Una volta un quattordicenne era considerato "quasi un adulto"; oggi si valuta molto più attentamente il contesto sociale e la maturità psicologica. Al tempo dei nostri nonni un ragazzo di quindici anni aveva già delle responsabilità come il lavoro, badare alla casa o ai propri cari. I giovani di oggi sono più deresponsabilizzati e nel video sembrano incapaci di distinguere la realtà di un crimine da una scena di un film o di un videogioco: tanto che due di loro continuano ad avvicinarsi ai due malviventi inconsapevoli del rischio che stavano correndo e si fermano solo nel momento in cui viene puntata contro l’arma. Altri continuano a filmare poiché la gratificazione di un like e della pubblicazione di un video virale è più forte di qualsiasi riflessione razionale. Il fatto che alcuni abbiano continuato ad incitare i banditi dimostra una mancanza del senso di appartenenza ad una comunità, si è perso il senso della Res Pubblica e della consapevolezza che indebolire lo Stato va a discapito di tutti. Uno sportello bancomat non è solo un oggetto: è un servizio per la collettività, e il suo danneggiamento riguarda l’intera comunità. Se un tempo era sentito il concetto di mantenere il "buon nome”, la reputazione della famiglia, oggi giorno provocare le istituzioni, assumere atteggiamenti al limite è quasi un motivo di vanto. In passato i comportamenti antisociali restavano confinati nel momento e nel luogo in cui accadevano; il video del bancomat invece ha fatto il giro del mondo in 10 minuti, creando anche un rischio di emulazione. Anche il contesto della "movida" contribuisce a questa dinamica, perché produce un senso di impunità. Essere in tanti dà l’illusione che la responsabilità si dissolva nel collettivo, quando in realtà ogni scelta resta individuale. Questo episodio ci riguarda da vicino, anche come studenti. Perché parla di responsabilità, di rispetto, di comunità. Non basta indignarsi dopo aver visto i video sui social: bisogna chiedersi che cosa avremmo fatto noi in quella situazione. Avremmo filmato? Saremmo rimasti a guardare? O avremmo scelto di comportarci da cittadini e non da spettatori? La verità è che la civiltà non si misura nei grandi discorsi, ma nei piccoli gesti. E quella notte, purtroppo, molti di quei gesti sono mancati. Sta a noi, come generazione, dimostrare che sappiamo fare meglio. La reazione di quei ragazzi non è stata solo inadeguata: è stata il segnale di un vuoto educativo e culturale che riguarda tutti noi. Non si tratta di “ragazzate”, né di semplice leggerezza, ma di qualcosa di più profondo: la difficoltà crescente di riconoscere il confine tra ciò che è spettacolo e ciò che è realtà, tra ciò che diverte e ciò che ferisce, tra ciò che si può ignorare e ciò che richiede responsabilità.Negli ultimi anni, molti giovani — e non solo loro — hanno interiorizzato un modo di stare nel mondo che assomiglia più a quello di un pubblico che a quello di cittadini.Quando accade qualcosa di insolito, la prima reazione non è chiedersi “C’è qualcuno in pericolo?”, ma “Vale la pena filmarlo?”.È un riflesso condizionato: se non lo riprendi, sembra quasi che non sia successo davvero.Questa interpretazione è pericolosa perché riduce la realtà a contenuto, e le persone a comparse.La sofferenza altrui diventa un sottofondo, un dettaglio fuori fuoco.Il senso civico nasce da un gesto semplice: mettersi nei panni dell’altro.Quella notte, invece, è mancata proprio questa capacità.Nessuno ha pensato ai proprietari dei risparmi, nessuno ha immaginato la loro paura, la loro rabbia, il loro senso di impotenza.È come se la scena fosse stata “disumanizzata”: non più un reato, ma un evento spettacolare.Quando l’empatia si spegne, si spegne anche la responsabilità.Un altro elemento inquietante è la naturalezza con cui alcuni ragazzi hanno assistito alla rapina, come se fosse un episodio quasi normale.Applaudire, ridere, riprendere: sono gesti che rivelano una pericolosa assuefazione alla violenza e alla trasgressione.Non perché quei ragazzi siano “cattivi”, ma perché vivono in un contesto in cui la gravità dei fatti viene spesso diluita, relativizzata, trasformata in intrattenimento.Quando un reato diventa un video da condividere, la società ha un problema.Il senso civico non è un concetto astratto: è fatto di scelte concrete. Chiamare il 112.Allontanarsi dalla scena. Avvertire qualcuno in difficoltà. Dire “no” quando tutti dicono “sì”. Quella notte, è mancato il coraggio. Non il coraggio fisico — nessuno chiede a un ragazzo di affrontare dei criminali — ma il coraggio morale, quello di fare la cosa giusta anche quando non è popolare, anche quando gli altri ridono. È troppo facile puntare il dito contro “quei ragazzi”. Il loro comportamento è il risultato di un clima culturale che tutti contribuiamo a creare: adulti che non danno l’esempio scuole che parlano poco di cittadinanza attiva social che premiano ciò che sciocca, non ciò che è giusto una comunità che spesso si limita a indignarsi dopo, mai a prevenire prima.
Il senso civico non nasce spontaneamente: si educa, si coltiva, si pratica ogni giorno. E la sua assenza non si manifesta solo nei grandi eventi, ma in momenti come quello di una notte qualunque, davanti a un bancomat che esplode - e a una scelta che ciascuno è chiamato a fare.
Leonardo Pietralunga