TRA ODIO E IDENTITÀ

Il vescovo, maronita libanese, Mounir Khairallah, in un’ intervista, dal giornale Avvenire, dice che in Libano “ è il tempo della brutalità dell’odio e della vendetta”. La brutalità è un’ intensa rabbia, legata all’istinto della bestia, la non pietà. Essere brutali significa non avere umanità, essere feroci. L’odio, invece, è un sentimento profondo di avversione, spesso accompagnato dal desiderio di uccidere. Per provare odio ci deve essere stata un’ azione che deve aver “mosso un accumulo di rabbia”. Per vendicarsi ci deve essere stata un’azione “dall’altra parte” che mi ha ferito o urtato. La vendetta è un’ azione amara, brutale e violenta. I civili morti in Libano si stanno moltiplicando e circa un milione di sfollati sono stati costretti a migrare da nord a sud a causa dei bombardamenti da parte di Israele. La nazione sta facendo tutto il possibile per accogliere gli evacuati, questa non è una faccenda di territorio, ma di potere. In più spiega che, nonostante gli attacchi, le persone non vogliono lasciare le proprie case. Vedendo questa circostanza da lontano si pensa che sia facile abbandonare la casa pur di salvarsi, ma non è così semplice. La casa è il nostro mondo, nel quale conserviamo tutti i nostri ricordi e che ci rappresenta, la casa siamo noi. Per me le mura di casa mia rappresentano sicurezza e protezione, il luogo in cui rifugiarmi quando ne ho bisogno. Secondo me abbandonare la propria abitazione è come perdere un pezzo di sé stessi e della propria identità, senza la nostra casa non abbiamo un punto di riferimento. Quindi la domanda che le persone si pongono è, rischio di morire, ma rimango ancorato alle mie radici o lasci tutto, perdendo l’identità, per mettermi in salvo? La paura e la rabbia possono farci rimanere immobili oppure farci scappare, dipende dalla nostra capacità di reagire. Io, probabilmente, andrei via dalla mia casa cercando di raccogliere gli oggetti essenziali, perché la paura di morire e di perdere persone a me care, famiglia e amici, sarebbe più forte di qualsiasi altra paura. In Toscana, durante la Seconda guerra mondiale, i soldati tedeschi sparavano per rompere oggetti, anche con bombe a mano, non lasciando nulla indietro, questo in tutte le case in cui non trovavano nulla di valore. Inoltre per fare la spesa si doveva avere “la tessere del fascio”, quindi se non sei "dei nostri” non potevi neanche permetterti di fare la spesa. I miei bisnonnibis nonni sono scappati con in spalla un lenzuolo per trasportare una madia e due comodini, con la mia bis nonna incinta. Erano due sfollati che camminavano nei boschi di notte e che cercavano riparo nelle case lungo il cammino durante il giorno. Hanno abbandonato la loro casa e hanno camminato da Pieve Santo Stefano, in provincia d’Arezzo, fino a Mosio, in provincia di Mantova. Questo racconto dei miei nonni mi ha fatto capire che il rispetto e l’amore verso sé stessi è più forte del timore dell’ignoto.Queste persone si sentono indifese, attaccate, spaventate e arrabbiate. La rabbia è un’emozione che ci fa reagire d’impulso, che ci rende ciechi, possiamo sfogarla con comportamenti aggressivi o difensivi. A mio parere, la rabbia è un'emozione buona e giusta, perché è un bene sfogarsi, ma dipende come, se con comportamenti aggressivi, rischiamo di far del male a chi ci circonda, non solo fisicamente, ma anche emotivamente. Se, invece, ci paralizziamo di fronte alla rabbia rischiamo di fare del male a noi stessi e, in un certo senso, anche a chi abbiamo intorno, perché rimanendo immobili non ne parliamo e, quindi, non ci sfoghiamo, per questo rischia di accumularsi e poi di esplodere.Il vescovo afferma che la religione non deve essere un motivo di rivalità, ma dovrebbe unirci tutti in segno di fraternità, ovvero, non dobbiamo essere irrispettosi verso “l’altro”, perché non professiamo la stessa religione, ma dobbiamo accettarlo, in modo tale da includerlo. Io sono d’accordo con lui, non importa in che Dio crediamo, la religione deve essere come una “colla”, ci deve unire e far accorgere delle persone che abbiamo intorno. Inoltre, afferma che nelle parole del Papa, indipendentemente dalla religione che professiamo, ci si riconosce, anche se nel mondo attuale non è così. Il mondo moderno è diviso, i cristiani ritengono i musulmani, gli ebrei e i buddisti stranieri e viceversa. Ad oggi non c’è un legame tra religioni diverse, ma c’è disprezzo. Il disprezzo ci fa essere irrispettosi verso “l’altra parte” e questo ci porta alla guerra. Credo che la guerra sia la mancanza di interesse e l’incapacità di utilizzare il dialogo per la risoluzione di un problema, la guerra è la via più facile, al giorno d’oggi si pensa che chi ha più potere possa prendere tutto distruggendo l’altro. Parlare e, quindi, arrivare ad un compromesso è difficile, tutti vogliono tutto. Per arrivare alla pace bisogna scalare vari gradini: il primo, che per me è il principale, è essere in pace e avere rispetto per sé stessi, in modo da aver sistemato la confusione dentro di noi. Solo così possiamo portare questa calma e pace interiore all’esterno. La domanda che mi pongo è quindi la seguente: nel nostro quotidiano che gesto concreto potremmo fare per arrivare alla pace? Noi possiamo dialogare per risolvere piccoli litigi, invece di pianificare vendette. Il rancore è una barriera impenetrabile e con una persona inflessibile non ci si può discutere, quindi c’è la necessità di imparare a controllarci e ad interagire senza attaccare l’altra persona. Non so se noi ragazzi di seconda media possiamo far cambiare idea ai governi, ma possiamo diventare i protagonisti della pace nel nostro paese.
Dea Pescatori