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LA SPERANZA INCOMPIUTA

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Il significato profondo de “L’uomo che verrà” emerge chiaramente quando si osserva come Giorgio Diritti intreccia la strage di Marzabotto con la vita quotidiana di una bambina, Martina, e della sua comunità. “L’uomo che verrà” può essere inteso, come corpo concreto e come possibilità, speranza di una nuova società. Il neonato fratellino di Martina è, in senso letterale, un corpo nuovo, fragile, che arriva dopo mesi di attesa, dentro una quotidianità contadina fatta di gesti, fatiche, riti. Non è un simbolo astratto, è un bimbo che piange, che va nutrito, protetto, che può morire. Il titolo però allude anche a chi verrà dopo la strage, dopo la guerra, dopo l’orrore. Si pone la domanda di che tipo di essere umano nascerà da questo trauma e se “quest’uomo” sarà più capace di vedere, ricordare, ascoltare oppure sarà un uomo che rimuove, semplifica, si difende con le scorciatoie. Questa pellicola mi ha colpito in modo profondo, molto più di quanto mi aspettassi all’inizio. Non è solo un film “storico” sulla Seconda Guerra Mondiale: è un film che ti entra addosso piano piano, attraverso i silenzi, i gesti quotidiani, gli sguardi. Quello che mi ha colpito maggiormente è stato il personaggio di Martina. Il fatto che non parli mai, ma osservi tutto, mi ha fatto sentire che il film chiedeva anche a me di “stare in silenzio a guardare”. Io, che ho 13 anni, mi sono sentito vicino a lei proprio per questo, non perché viviamo le stesse cose (per fortuna), ma perché spesso anche io mi sento più osservatore che protagonista, più pieno di pensieri che di parole. Il suo silenzio non è vuoto, è pieno di domande, di paure, di affetto per la famiglia, di curiosità verso il mondo degli adulti che non capisce fino in fondo. Mi ha colpito come il film ci faccia vedere la guerra non dai discorsi dei grandi, ma dagli occhi di una bambina che non ha gli strumenti per spiegare, ma sente tutto sulla propria pelle.Un’altra cosa che mi ha emozionato molto è stata la rappresentazione della vita contadina: i campi, gli animali, il lavoro, la povertà, ma anche i piccoli momenti di comunità, la messa, le feste, i canti. Mi ha colpito perché io vivo in un tempo completamente diverso: tecnologia, città (o comunque paesi molto più moderni), scuola, social, rumore continuo. Lì invece tutto è più essenziale: il cibo, il freddo, la fatica, la paura di non avere abbastanza. Eppure, dentro questa distanza enorme, ho sentito qualcosa di vicino come il legame con la famiglia, il bisogno di protezione, il desiderio di capire cosa sta succedendo intorno. La cosa che mi ha fatto più effetto è che il film ti faccia affezionare a quella quotidianità proprio per poi mostrarti quanto essa sia fragile, quanto possa essere distrutta in un attimo dalla violenza.Tra il 29 settembre e il 5 ottobre del 1944 sul Monte Sole l’esercito tedesco ha commesso stragi efferate uccidendo più di 750 tra civili e partigiani.La parte del film che descrive questi episodi è quella che mi ha sconvolto di più. Non tanto per le immagini forti in sé, ma per il modo in cui ci si arriva, lentamente, ma quasi inevitabilmente e poi, all’improvviso, la violenza esplode. Il film non si focalizza sul dolore, ma nemmeno lo nasconde. Non è un film di guerra con battaglie, è un massacro di persone comuni, di bambini, di donne, di anziani. Ho pensato: “Ma come è possibile che sia successo davvero? E quante volte ciò succede ancora, in altri luoghi, oggi, anche se non nella mia vita quotidiana?”.La scena in cui Martina cerca di salvare il fratellino e di non abbandonarlo mi ha toccato tantissimo. In mezzo a tutto quel caos, c’è ancora un gesto di cura, di protezione, di amore. È come se il film dicesse che anche dentro l’orrore più grande, l’umanità non scompare del tutto.Ci sono, inoltre, alcuni dettagli che mi sono rimasti impressi e che, secondo me, sono importanti. La fede e la preghiera che vanno in soccorso dei contadini nei momenti difficili diventano anche occasione di feste e momenti di serenità. I suoni tipici della campagna, il silenzio dei campi, il vento, i versi degli animali sono alternati al rumore degli spari. Il dialetto e il modo di parlare sono la testimonianza di una comunità con una lingua propria. I volti degli adulti sono segnati dalla fatica, dalla paura, ma anche dalla dignità. Questi personaggi senza nome non sono eroi perfetti, sono persone che cercano di sopravvivere ad una grande tragedia. Apparentemente, la nostra società presenta poche affinità con quella rappresentata nel film. La distanza temporale e di contesto è enorme. Io vivo in un’Italia in pace, ho il cellulare, posso muovermi liberamente, non ho soldati per strada, non ho paura che qualcuno entri in casa e porti via la mia famiglia. Eppure, proprio per questo, il film mi ha fatto sentire una responsabilità: quella di non dare per scontato quello che ho. L’affinità più grande che ho sentito è il bisogno di capire gli adulti e il mondo che decidono al posto tuo. Martina non capisce tutto, ma percepisce che sta succedendo qualcosa di enorme. Anche io, oggi, sento che nel mondo succedono cose grandi: guerre, crisi, ingiustizie e spesso mi sento impotente, senza voce. Il film mi ha fatto pensare che avere uno sguardo attento, non distratto, è già un modo di esserci. Oggi viviamo in un mondo complicato, difficile, precario: conflitti, incertezze economiche, informazioni contrastanti. Per ridurre l’ansia, la mente normalmente cerca scorciatoie, c’è spesso la necessità di trovare un “nemico”. Quando qualcuno viene etichettato come “il male”, smettiamo di vederlo come essere umano. Questo porta a giustificare aggressività e insulti, a rifiutare il dialogo e a credere che “noi” siamo sempre nel giusto. Ogni gruppo pensa di essere moralmente superiore e questo alimenta conflitti senza fine. I social amplificano tutto. Gli algoritmi premiano i contenuti più emotivi e polarizzanti: indignazione, rabbia, accuse. Le sfumature spariscono, le opinioni moderate non fanno rumore o visualizzazioni. L’essere umano invece è complesso: può sbagliare, cambiare, migliorare e il contesto dove è cresciuto o dove vive è fondamentale. Oggi, purtroppo, cercare di capire l’altro viene scambiato per un tentativo di volerlo giustificare. Non si tratta di negare che esistano ingiustizie e differenze, ma saper vedere le sfumature, ascoltare e dialogare sono azioni fondamentali per vivere in una società più giusta e meno conflittuale. In merito, quindi, alla speranza sottesa nel finale de “L’uomo che verrà”, penso che la possibilità di un uomo nuovo non si sia ancora compiuta appieno.

Lorenzo Mantelli

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