RICORDARE, ESISTERE

Morire e diventare un numero.
Un numero che non ci fa comprendere realmente chi siamo, ma che diventa necessario per non farci crollare sotto il peso della realtà. Perché ricordare ogni singolo volto, ogni singola storia, sarebbe forse troppo per noi. Eppure, ricordare un morto con il suo nome significa onorarlo. Significa tenerlo in vita, almeno spiritualmente. Dimenticare, invece, è come uccidere due volte una persona. Ricordare non salva, questo è certo. Ma ci permette di credere che la morte non sia mai del tutto vana. Da un nome si può ricostruire una vita, un frammento di esistenza. Ma è giusto chiedersi: ricordare tutto di qualcuno non sarebbe troppo pesante per chi resta?
E soprattutto: chi mi dà il permesso di intromettermi nella morte per ricordare?Forse ricordare non è un diritto. È un dovere. Perché tenere in vita qualcuno non significa solo essere altruisti, ma dare valore a ciò che ci ha lasciato: insegnamenti, gesti, tracce. E, in fondo, significa anche combattere la più grande paura che abbiamo tutti: morire senza essere ricordati. Questo pensiero nasce anche dal lavoro di Domenico Quirico, giornalista de La Stampa, che a 77 anni continua a rischiare la propria vita per raccontare la guerra: Siria, Afghanistan, Iran, Palestina. Nei suoi articoli parla di conflitti che non sono mai completamente giusti o sbagliati, ma che hanno una costante: la morte. Muoiono tutti, bambini, anziani, innocenti. E allora la domanda nasce spontanea: come si fa, dopo aver visto morire un bambino, a continuare a fare il giornalista? Si continua proprio per questo. Per il bisogno di onorare quegli spiriti, di non lasciarli diventare solo numeri. Persone, non statistiche. Persone normali, sulle quali il destino ha deciso. Il numero serve: ci dà una misura, ci aiuta a capire “quanti”. Forse ci protegge anche, perché ci permette di distribuire il dolore, di renderlo collettivamente sostenibile. Da soli, quel peso sarebbe soffocante. Eppure Quirico si segna i nomi dei morti su un taccuino. Non per scrivere pagine funebri, ma per rispetto. Un gesto simile a quando si chiudono gli occhi a un morto o si copre il corpo con un velo: un modo per dire che, prima di tutto, quella persona era un essere umano. Un nome. Le guerre di cui parla — in Medio Oriente, in Sudan — nascono spesso da interessi economici o politici, ma il prezzo lo pagano sempre i civili: rapiti, sfruttati, torturati, mutilati. In questo contesto, stereotipare diventa pericoloso. Dire “gli iraniani”, per esempio, come se fossero tutti uguali, significa cancellare le differenze, ignorare che tra loro c’è chi desidera libertà, chi resiste, chi soffre. La generalizzazione crea nemici. E in guerra, da sempre, o sei “dei nostri” o sei “degli altri”. Non esiste una vera neutralità: ognuno, per legami o interessi, finisce per schierarsi. Ma questo non significa che l’altro smetta di essere una persona. Se chi muore lo vedo solo attraverso uno stereotipo, non penserò mai che possa insegnarmi qualcosa. Non cercherò valore nella sua vita. E invece è proprio lì il punto: è nella differenza che si impara. Forse si impara di più da un ragazzo iraniano che da qualcuno che ci è vicino, perché ogni minima sfumatura è diversa — e proprio per questo arricchisce. Ogni persona merita di essere ricordata. Perché, in fondo, siamo tutti uguali: diversi nelle storie, nelle idee, ma uguali nel valore della nostra esistenza. Onorare i morti significa anche questo: imparare da loro. Capire come migliorare noi stessi, le nostre tradizioni, la nostra conoscenza. Morire senza essere ricordati fa paura. Perché dà l’impressione che la nostra vita sia stata vana, che tutto ciò che abbiamo fatto, imparato e vissuto non sia stato trasmesso a nessuno. E il pensiero di aver lottato per tutta la vita inutilmente diventa un’agonia silenziosa, difficile da sopportare.
Riccardo Mori