L'ECO DEL RICORDO

Mi chiamo Elisa Springer e questa è la storia di come la guerra abbia portato via la mia innocenza, cambiando per sempre il mio modo di guardare il mondo. Quando ero piccola, ammiravo gli adulti, li vedevo come dei giganti buoni. Nati per proteggere i più piccoli. Sì, ammetto che sia una visione di fantascienza, che solo gli occhi dell’innocenza di un bambino possono vedere. Rimpiango quei momenti nei quali i miei occhi non conoscevano la crudeltà umana. Sono cresciuta in una famiglia felice, ogni sera mi addormentavo con le storie della buonanotte, raccontate dal mio amato papà. Storie del terrore nelle quali, alla fine, arrivava sempre qualcuno di buono a salvare tutti. C’era sempre un lieto fine. Queste storie sono diventate il contrario della MIA realtà.Le favole parlavano di mostri immaginari. La guerra, invece, mi ha fatto capire che i mostri possono avere anche un viso umano. Mi portò via ciò che di più prezioso avevo. L’innocenza, la serenita’, ma soprattutto la fiducia cieca che avevo nelle persone.Imparai a non avere paura dei mostri sotto al letto, ma di quelli fuori la porta, dei passi pesanti, degli occhi pieni d’odio. Crescere durante la guerra significa imparare troppo presto che il lieto fine non arriva sempre. Crescendo ho scoperto che non tutti gli adulti erano giganti buoni.Alcuni avevano smesso di proteggere i più deboli e avevano iniziato a perseguitarli. Ricordo ancora il momento in cui i sorrisi della gente cambiarono, alcuni diventarono finti, altri scomparvero completamente. I vicini iniziarono ad abbassare la testa, gli amici diventarono sconosciuti, sparirono, come se starmi accanto fosse sbagliato. Come se IO fossi sbagliata.Io non capivo cosa avessi fatto di male, cosa avessi sbagliato. Ero la solita bambina di sempre. Con gli stessi sogni, con le stesse paure, o forse con più paure del solito. Eppure agli occhi del mondo non ero più abbastanza. Non capivo, mi domandavo perché, e non trovavo risposte. Anche se con il passare del tempo una ne ho trovata, quelli a non essere abbastanza erano loro, chi in me non vedeva una persona. E così notai anche io l’unica differenza, che noi ebrei avevamo qualcosa in più, la bontà. Decisero quindi di farci diventare come loro. Ci hanno fatto conoscere la cattiveria, una parola al tempo a me sconosciuta.Ma la cosa più terribile da accettare fu il cambiamento che avvenne dentro di me.Persi me stessa, la vera me. Dando spazio alla paura, quella silenziosa, che diventa la tua ombra, e non ti lascia mai stare.Paura di perdere chi ami, di non rivedere più casa tua, paura che il domani possa essere peggio dell’oggi, o addirittura non esserci. Ricordo mia madre che cercava di sorridere anche quando aveva gli occhi pieni di lacrime. Capivo che fosse una finzione il suo sorriso, ma io glielo ricambiavo, non volevo che capisse che io stessi male. Sarebbe stato un ulteriore peso. Lì capii una cosa che i bambini non dovrebbero scoprire in quel modo, ma soprattutto, a quell’età. Anche gli adulti hanno paura. Non erano più i giganti invincibili che immaginavo da piccola. Poi arrivò il buio più totale. Giorni in cui smisi di sognare il futuro. Ad Auschwitz non esistevano più i nomi, i sogni o le speranze. Eravamo numeri, anime stanche che cercavano di restare in vita. Il cielo restava la mia unica speranza; guardandolo mi chiedevo se da qualche parte esistesse il mondo della mia infanzia, o se la mia vita fosse stata un grande bugia. Eppure nonostante tutto continuavo a resistere. Forse era proprio quella bambina che ero stata un tempo a darmi questa forza. Mi aggrappai ai ricordi, perché erano l’unica cosa che la guerra non era riuscita a togliermi. Quando finalmente uscii dal campo, non tornai più la stessa di prima. Per anni dolore e ricordi mi perseguitarono nel silenzio. Ma capii che sopravvivere non bastava: dovevo raccontare. Così iniziai a testimoniare nelle scuole e attraverso i miei libri, affinché il mondo non dimenticasse mai l’orrore subito.
Sono sopravvissuta per parlare. Perché se noi dimentichiamo il passato, chi impedirà all’odio di tornare?
Sofia Frenna