NON DEVONO ESSERE NOI
.jpg)
Quest’articolo nasce dalle dichiarazioni di Charlize Theron espresse in un’intervista a Chalamet, pubblicata poi anche su New York Times, in cui l’attrice esprime la sua preoccupazione verso l’intelligenza artificiale, dicendo fermamente che per quanto i robot in futuro possano essere perfetti, il sacrificio e la fluidità umana rimarranno la vera fonte dello stupore. Se dei robot danzassero per noi sarebbe molto più facile vedere la perfezione, vedremo un ballo fatto con concentrazione e programmazione, ed il problema è su questo aggettivo: programmazione, la danza ed il teatro devono essere programmati in origine, ma devono evolversi con originalità, fluidezza, ci deve essere sentimento, perché la danza ed il teatro dovrebbero far respirare un altro mondo, un mondo diverso, nuovo, dipendente dalla nostra immaginazione, emozioni che un robot non può farci vivere, e forse neanche deve, perché proviamo a pensare un “essere umano perfetto”, sa fare tutto, ed in più trasmette quel che vuole con convinzione, non si fa male, non piange, fa quel che vuoi, ma allora dove bisogna confinare il potere dei robot? Se un robot, finto, senza pensieri propri ma condizionato per dirti quel che vuoi sentire, ti fa provare emozioni, il concetto di robot viene surclassato, un robot non può dare emozioni, nasce un problema, forse legato ad una mancanza di affettività, e questo essere soli viene “tappato” da un robot che ti riempie di complimenti ed attenzione, ma allora se diventiamo dipendenti da esso, come si pretende che si socializzi? Perché dovrei andare a parlare con un umano, difficile da capire, con sentimenti e interessi diversi dai miei, quando posso parlare con una “persona” di cui mi fido, che mi capisce e che ricambia i miei pensieri? Vedere l’esecuzione di un robot inizialmente può sorprendere, anche piacere, ma è una sensazione passeggera. Il valore di un'esibizione non è singolarmente determinato dalla prestazione, ma anche dall'impegno, dalla dedizione, dalle emozioni che ci fa provare e dalle ore che l’atleta si è allenato per essere quel giorno sul palco. Molte volte un’imperfezione o un errore ci fa provare fastidio, rabbia, anche disgusto, cosa che un robot, se programmato bene, non ci fa provare, ma anche se non ce ne accorgiamo, quell’errore diventa il simbolo dell’atleta, ci mostra la vera dedizione, il vero impegno, ci mostra la natura dietro a quei movimenti calcolati ma fluidi. Infatti, quel che ci colpisce di un essere umano sul palco solitamente non è solo la bellezza del gesto in sé, ma anche quel che c'è dietro, lo sforzo invisibile di chi cerca di superare i propri limiti, i sacrifici e le cadute. Sul palco si vede la creazione di un altro personaggio che funge da tramite tra la nostra mente ed il significato del ballo, e per quanto il significato possa essere puro e limpido, arriverà sempre distorto almeno un po', e non è per forza negativo, poiché significa portare qualcosa di distante da me in un contesto personale, caldo, frutto del mio modo di pensare, significa renderlo mio. Un robot non ha una storia, non ha mai sofferto, non sa cosa significhi la paura di sbagliare davanti a un pubblico, e senza questa vulnerabilità, semplicemente, non c’è arte, perché l’arte è emozione, la si vede quando il nostro cervello detta ciò che per lui significa qualcosa, e questa emozione un robot non può mai trasmetterla
Mila Ronca
Maya Jurca
Fanetti Marta
Araldi Camilla
Mori Riccardo