SOLI IN UN MONDO CONNESSO

La redazione di Increscendo ha avuto, lo scorso 31 marzo, il privilegio di incontrare per un’intervista il professor Daniele Novara, formatore e pedagogista di rilevanza internazionale, figura di spicco nell’analisi dei comportamenti giovanili e nella ricerca di nuovi approcci educativi.
Nonostante un’agenda fittissima, ci ha concesso parte del suo tempo, dialogando con noi con una disponibilità e un’affabilità che ricorderemo come un dono prezioso.
«Innanzitutto, complimenti per ciò che fate, per il vostro lavoro. Vedo che la vostra scuola è impegnata, ed è davvero una cosa bella”, ci ha detto in apertura il professore. “E adesso le domande”
Leonardo. Secondo lei, qual è la difficoltà più grande che i ragazzi della nostra età stanno L’isolamento. State perdendo l’età della socialità. La vostra è un’adolescenza che non prevede il fisiologico rompersi del guscio: molti di voi restano chiusi in casa, isolati. I social non aiutano e il rischio è molto alto. L’isolamento genera paranoie, discordanze, disconnessioni dalla realtà. Dovete stare insieme, studiare, giocare, condividere il tempo. Si seguono piattaforme sbagliate, che insistono su temi come fidanzamenti precoci e legami prematuri. L’adolescenza va vissuta nel gruppo.
Leonardo. Oggi i social influenzano molto il modo di pensare e di relazionarsi: che impatto hanno sulla crescita dell’identità dei ragazzi? Qual è il ruolo che dovrebbero avere smartphone e social nella crescita? Sono più un aiuto o un problema? Come possiamo difenderci da fake news e messaggi violenti? Che consigli darebbe per un uso più sano?
I social non sono neutri: intervengono direttamente nella costruzione dell’identità, spesso semplificandola e rendendola dipendente dallo sguardo degli altri. Offrono visibilità immediata, ma riducono lo spazio dell’esperienza reale, che è quella che forma davvero la persona. In questa fase della vita sono più un problema che un aiuto, soprattutto quando sostituiscono le relazioni concrete. Per difendersi dalle fake news e dai messaggi violenti occorre sviluppare spirito critico: verificare le fonti, non fermarsi al primo contenuto, confrontarsi con adulti e coetanei. Il consiglio è semplice ma decisivo: usare i social senza farsi usare, limitarne il tempo e, soprattutto, non rinunciare mai alla vita reale, fatta di incontri, discussioni e relazioni autentiche.
Gabriele. Lei è molto critico sull’uso precoce degli smartphone: quali rischi vede e che responsabilità hanno gli adulti?
La società è molto interessata al denaro e ai beni materiali. Il regalo è lo smartphone. Ma il cervello si rovina: il mondo virtuale impoverisce. La vita vera è nel contatto. Anche ora siamo in una call per necessità, ma non è la realtà. I grandi vogliono vendere dispositivi, fare business, e voi siete il loro obiettivo prediletto. Con un cervello immaturo, siete le prede ideali: si attivano le aree del piacere e dell’appagamento immediato, ma il cervello ne risente profondamente.
Marco. La scuola ci aiuta davvero a capire chi siamo e chi vogliamo diventare, oppure a volte si concentra più sui risultati che sulle persone?
È una domanda equivoca: non esiste “la scuola”, esistono gli insegnanti. Nessuna costituzione al mondo garantisce tanta libertà ai docenti come la nostra. Occorre trovare l’insegnante giusto, quello che aiuta a vivere. Sapere che Napoleone è morto a Sant’Elena o a che età è morto Leopardi è secondario. Imparare a vivere non viene da internet o dai social, ma da una didattica sociale: saper discutere, confrontarsi, anche litigare, uscire dal narcisismo. La scuola è fatta da insegnanti capaci di farvi lavorare insieme e di insegnarvi a vivere. Occorre avere la fortuna di incontrare persone illuminate.
Marco. Come si può vivere un conflitto senza distruggere una relazione?
Oggi si pensa che la vita sia un videogioco e la violenza diventa lo sfogo di una competenza conflittuale non alfabetizzata. Dobbiamo imparare a stare con gli altri anche quando non ci danno ragione. Alcuni ragazzi esigono di avere ragione come condizione per la relazione e non accettano la divergenza. La violenza è un deficit di competenza. La scuola deve essere una palestra per imparare a discutere e convivere con idee diverse. Non si può eliminare chi porta conflitto: bisogna imparare a “litigare bene”. È una base essenziale per la vita.
Gabriele. Qual è l’errore più comune che fanno gli adulti quando parlano con i ragazzi? Come dovrebbero affrontare temi difficili come la guerra o la violenza senza creare paura o indifferenza?
I ragazzi alternano momenti di dialogo a momenti di silenzio. Gli adulti spesso sono bombardanti, fanno domande pressanti, amplificano emozioni come ansia e paura. Tendono a proteggere senza comprendere davvero. I ragazzi vanno ascoltati, ma non presi alla lettera: il loro linguaggio non è quello degli adulti. Dire “non voglio più studiare” rientra nella normalità e non va interpretato alla lettera nella maggior parte dei casi. È un linguaggio che va metabolizzato, perché appartiene a una mente in formazione. Siete plastici, capaci di apprendere proprio perché immaturi; questa è una risorsa.
Leonardo. La notizia della “Famiglia del bosco” ha fatto discutere molto: fino a che punto i genitori possono decidere come educare i figli e quando è giusto che intervengano le istituzioni? Che cosa possiamo imparare da questa storia?
Le istituzioni esistono per proteggere i bambini: tutela minori e servizi sociali sono fondamentali. Un ragazzo non può essere lasciato nel malessere. In quel caso ci sono state degenerazioni ed errori, ma questo non deve portarci a pensare che i figli siano proprietà dei genitori, così come non lo sono dello Stato. Oggi, paradossalmente, i genitori sono spesso più fragili dei figli: c’è bisogno di maggiore equilibrio e responsabilità condivisa.
Maya. Se potesse dare un solo consiglio ai ragazzi della nostra età, quale sarebbe? E ai genitori?
Occorre rinnovare il metodo pedagogico: meno programmi e contenuti fine a sé stessi, più discussione, più dibattito, più scuola problematizzante. Ai genitori direi che oggi manca unità: non si è più d’accordo su nulla e viene meno il senso di squadra nelle famiglie.
Mezz’ora d’orologio. Poi il professore, visibilmente dispiaciuto, ha dovuto salutarci per partecipare come ospite a una rubrica in diretta su Sky. Avremmo avuto molte altre domande, ancora più profonde e incalzanti: il ghiaccio era ormai rotto e il clima era di grande naturalezza. Resta però il patrimonio di consigli, suggerimenti e riflessioni che, in pochi minuti, il professore ha saputo offrirci.
Un dono che conserveremo con onore e orgoglio.
Leonardo Pietralunga
Gabriele Maroli
Marco Saccenti
Maya Jurca