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CON SPIRITO DI SERVIZIO

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Sono pronta a pagare il prezzo dell’indifferenza. Non sono certa di affrontare tutto senza paura, non sono certa di avere tutte le risposte, non sono certa di cosa mi riserva il percorso che affronterò, né tantomeno come lo farò. Ma di una cosa sono convinta: non voglio vivere con il fardello della consapevolezza di aver potuto fare di meglio. Non voglio vivere nell'ombra di chi sarei potuta essere se la paura di non farcela non mi avesse limitata. Ma l’ombra che temo di diventare, non è solo quella del non fatto, ma anche del non visto, del non detto. Ma soprattutto il silenzio che vive dentro di me pensando alle vittime che avrei potuto salvare. Il silenzio è sinonimo di impotenza. Il silenzio deve dominare dentro di me solo dopo aver compiuto il mio dovere. Lì sì, lì sentirò la quiete. Solo dopo aver gridato ma soprattutto ottenuto giustizia. Il silenzio è anche ascolto. È un modo per leggere emozioni, sguardi che non passano attraverso il filtro che le parole invece affrontano.Il carabiniere è spesso una presenza silenziosa. Il suo silenzio non è assenza, ma attenzione, vigilanza. Capacità di osservare senza invadere, di comprendere senza giudicare. Nella storia dell’Arma, il silenzio è sempre stato una forma di forza.È il silenzio di chi ascolta una denuncia difficile, di chi è consapevole che non tutto può essere detto, ma che tutto deve essere compreso, accolto. Essere presenti, non vuol dire imporsi, vuol dire diventare il punto di riferimento anche quando nessuno chiede aiuto apertamente. E spesso lo fa senza lasciare traccia, senza pretendere merito. Non opera infatti per ricevere riconoscimenti. La sua azione nasce dal dovere imposto dalla coscienza.Nonostante ciò nel corso della storia, lo Stato ha sentito la necessità di voltarsi, e dare un nome al silenzio. Un esempio significativo di questa concezione del dovere è il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, figura rappresentativa dello Stato italiano nella difesa della legalità. Ha guidato con determinazione la lotta al terrorismo negli anni più difficili e, successivamente, affrontato la criminalità mafiosa. È stato onorato della Medaglia d’Oro al Valor Civile alla memoria.Rischio o protezione? È una domanda alla quale è difficile trovare risposte. L’unica che sono riuscita a trovare è quella che il rischio sia la dimostrazione di protezione maggiore. Il rischio non si deve percepire come un salto nel vuoto ma come un passo che l’impotenza, la paura, mi aveva negato. Di certo non è la strada più facile scegliere un mestiere nel quale non si è mai protetti, ma nel quale si protegge. È una promessa silenziosa per chi non ha voce. È una scelta che rende forti, ma mai immuni. Il mio desiderio è quello di sapere che la mia paura non abbia influito sulle mie decisioni.La consapevolezza di voler proteggere non è un’idea astratta, ma ha delle radici salde già da molto tempo. Guardando il passato dei carabinieri, mi rendo conto di come la mia presenza sia minima ma significante. Storicamente era il volto dello Stato, nei luoghi in cui lo Stato non aveva voce. La storia dell’Arma dei Carabinieri si è sviluppata intrecciandosi a quella dell’Italia. Ha vissuto oltre due secoli di avvenimenti disastrosi, adattandosi così ai cambiamenti della società, senza mai però modificare la propria identità. Quando nel 1814 nascono i Carabinieri, l’Italia non esiste ancora. Esistono paure, fratture, territori instabili, diffidenza verso il potere. La loro nascita è una risposta alla richiesta del popolo di essere protetti senza essere oppressi. Lo Stato sente la necessità di essere rappresentato da una forza che non sia violenta. Ma una presenza simbolica, riconoscibile, continua, quasi quotidiana. I carabinieri nascono così, non per dominare, ma per collaborare. Fin dall’inizio l’Arma, vive una tensione profonda: da una parte l’obbedienza, dall’altra la responsabilità umana. Essere carabiniere non è solo far rispettare la legge, ma farlo nella vita reale, dove la legge incontra la povertà, la disperazione, la paura. È possibile essere fedeli sia all’uomo che alla legge? Con l’Unità d’Italia, i Carabinieri diventano il volto concreto dello Stato. Qui l’Arma trasforma un’entità astratta, lo Stato, in una presenza. Lo Stato unito, però, non è sempre giusto, non sempre ascolta. I Carabinieri, solo con la vicinanza, capiscono i gesti che l’entità astratta punisce severamente. Nelle guerre mondiali, l’idea stessa di ordine entra in crisi. Quando tutto è violenza, che senso ha custodire la legge? Eppure, proprio lì, i Carabinieri diventano custodi di un limite. Durante l’occupazione nazifascista, molti Carabinieri compiono una scelta silenziosa ma radicale: obbedire alla coscienza. Il loro, il nostro motto, infatti è “Nei secoli fedele”, una frase spesso fraintesa. Non si intende fedele ad un governo, ma fedele all’idea che l’autorità, esiste per proteggere, non per schiacciare. Tutto è cambiato negli anni, tranne la costanza, e la dedizione, rappresentando un punto di riferimento. Come se ciò che succedeva non scalfisse l’Arma dei Carabinieri. Il loro lavoro iniziale era quello di garantire sicurezza ai cittadini ma, in poco tempo diventò quasi un mestiere dettato dalla coscienza. Nel corso del 1900, l'Italia ha subito eventi di straordinaria complessità: due guerre mondiali, tensioni sociali e politiche del dopoguerra. L'Arma non si è fatta demolire, ma ha trasformato i frammenti delle vite distrutte in una corazza. I Carabinieri oggi portano il peso di una storia lunga più di due secoli: la fiducia accumulata e la possibilità di perderla. Il vero potere non è imporre, ma contenere, saper fermarsi, saper ascoltare, saper essere visibili senza essere opprimenti. Il presente dei Carabinieri non è un’epoca stabile: è una soglia. Non c’è più la solidità del passato, è un tempo sospeso, in cui l’Arma continua a esistere mentre il significato stesso dell’autorità viene messo in discussione. Un tempo la divisa era vista come una certezza, ad oggi viene riconosciuta più come un dubbio. Il Carabiniere oggi non è solo chi interviene, ma chi deve poter rendere comprensibile l’intervento a una società che spesso giudica prima di capire. Viviamo in un tempo, nel quale il giudizio è più veloce della comprensione. I carabinieri, vivono costantemente, all’interno di questa dinamica. Ogni singolo loro gesto, è esposto e interpretato. Un singolo errore basta per perdere la fiducia, per dimenticare anni di gesti silenziosi. Come si può riacquisire la stima, senza farsi accecare da un singolo errore? Questo può influire sul futuro? La criminalità attuale, si dirama anche nel complesso fenomeno della criminalità organizzata evoluta. I reati informatici, il terrorismo, la violenza domestica, le minacce ambientali. L’Arma risponde con una struttura articolata, fatta di settori specializzati ma, soprattutto, con formazioni giuridiche, tecnologiche e psicologiche continue. Il carabiniere del presente non è più soltanto un simbolo dell’autorità dello Stato, ma un professionista chiamato a comprendere contesti sociali fragili. Partecipano anche a missioni internazionali di pace, operano in scenari di crisi, e collaborano anche, con forze armate straniere. Un mestiere oltre i confini. Guardare il futuro significa entrare in un territorio fatto meno di certezze e più di domande. Se l’oggi è complesso, domani lo sarò ancora di più. Questo perché l’Arma non reagisce ai cambiamenti ma li anticipa. Interpretando una società in continua evoluzione. In futuro, secondo me, la sicurezza non sarà più definita dall’assenza di criminalità, ma dalla qualità della convivenza civile. Dovranno confrontarsi con conflitti sociali frammentati, meno visibili ma più profondi. Con la solitudine, l’emarginazione, con sguardi spenti. Credo, che queste tematiche meritino di essere trattate come problematiche alle quali bisogna trovare una soluzione, nell’immediato. Il mio lavoro, potrebbe diventare così, custode dell’equilibrio civile, capace di intervenire sulle debolezze, prima che diventino emergenze. Ciò richiede una formazione umanistica, ovvero, una formazione che sviluppa competenze umane, etiche, razionali, aspetti che lo studio non ti garantisce. Questo, permette di mettere la persona al centro, anche in contesti complessi. Saper ascoltare una vittima senza ridurla ad un numero, adattando la legge all’individuo, non il contrario. Gestendo la situazione con empatia e autocontrollo. Perché se anche il carabiniere non incontra limiti, il rischio è che il confine tra tutela e controllo si assottigli, e che ci si allontani dal fine originario: la protezione del cittadino.La mia scelta di frequentare il Liceo delle Scienze umane nasce infatti dalla volontà di comprendere l’essere umano, i suoi comportamenti, e da cosa dipendono. Molte materie sono indirizzate verso questo. Lo studio della psicologia aiuta a comprendere i meccanismi emotivi che influenzano le azioni delle persone, la sociologia consente di analizzare i conflitti e le disuguaglianze, la pedagogia educa l’ascolto, l'antropologia insegna il rispetto delle differenze culturali. Credo che queste competenze siano fondamentali per intraprendere la professione da carabiniere: quest’ultimo ritengo che non sia solo una figura di controllo, ma, sia un punto di riferimento per la società. In questo mestiere la formazione umanistica non resta teorica, ma diventa uno strumento di lavoro: un mezzo per tutelare le persone più fragili e contribuire alla costruzione di una convivenza sociale civile, consapevole e sicura. La scuola non è quindi solo un luogo di apprendimento, ma l’inizio di un percorso che mira a un impegno attivo e responsabile. La tecnologia sarà un altro orizzonte del futuro. Intelligenza artificiale, analisi dei dati, sorveglianza digitale, cybersicurezza, modificheranno profondamente il modo di prevenire e contrastare il crimine. Un mezzo che favorisce le indagini. Ma fino a che punto? Come evitare che la tecnologia prevalga sull’umano? Un’altra questione centrale riguarderà la costruzione della fiducia. Le istituzioni del futuro saranno giudicate non solo per ciò che fanno, ma per come lo fanno e per quanto riescono a spiegarsi. I Carabinieri dovranno probabilmente sviluppare nuove forme di comunicazione e trasparenza, dialogando con una società iperconnessa, critica, spesso diffidente. La società critica, mettendo in continua discussione l’autorità. Io non vedo la critica come un ostacolo, ma come una responsabilità, come un punto di partenza. Personalmente non la temo ma la percepisco come un tassello indispensabile per la crescita personale. In una comunità impegnata a criticare, è facile restare spettatori o limitarsi al giudizio. Più difficile è mettersi in gioco, accettando il peso delle responsabilità. Il desiderio di intraprendere questo mestiere nasce anche dalla volontà di essere parte attiva di un’istituzione che non si chiude di fronte alle critiche, ma le assume come stimolo per migliorare. Per questo, dentro di me, mi sento già parte di questa realtà. Non come un traguardo raggiunto, ma come un’appartenenza che cresce, una direzione chiara che dà significato alle mie scelte. L’idea di poter un giorno servire lo Stato non è soltanto un obiettivo professionale, ma un impegno personale che sento vivo già ora, e che mi accompagna con convinzione e responsabilità verso ciò che voglio diventare.

 

Sofia Frenna

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