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L'UOMO CHE SCAPPA

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UN UOMO CHE SCAPPA (TRA I TANTI)Troia è in fiamme. La coalizione achea ha appena vinto una guerra che perseverava da ormai nove anni: i vincitori fanno ritorno gloriosi a casa, i caduti subiscono i più disparati e più o meno buoni trattamenti e gli sconfitti scappano per quello che è possibile. Tra coloro che non hanno più una città, gli sfollati, che hanno perso tutto ciò per cui hanno combattuto incessantemente c’è Enea, figlio di Venere. L’eroe troiano porta sulle spalle il vecchio padre Anchise, mentre per mano tiene il figlioletto Ascanio: il passato debole e incapace e il futuro ancora non in grado di andare da solo legati in una comunione temporale dettata, purtroppo, dalla violenza e dalla necessità di doversi salvare.Con Enea ci dovrebbe essere anche la moglie, Creusa, che scompare nella confusione del momento; proprio come Troia diventa ricordo delle proprie radici. Nonostante il fatto che non si presenti più come viva, la donna sarà fondamentale per il viaggio, in quanto apparendo come ombra consegnerà la missione al marito di doversi recare nella terra di origine della stirpe troiana. Il volere divino è quello di fondare una grande città, per rendere storia le gesta di un uomo che scappa. Il viaggio sarà turbolento, la dea Giunone, che riserva ancora molta ira contro i teucri, convincerà infatti il dio Eolo a scatenare una tempesta contro l’imbarcazione di Enea che saranno obbligate ad approdare sulle coste di una città tutta in costruzione: Cartagine. Arrivati in uno dei più grandi cantieri vivi della storia antica, gli esuli saranno scortati da Venere in una nebbia magica, permettendo loro di visitare la città senza correre rischi. Ad un certo punto Enea nota un grande tempio, dedicato proprio alla dea Giunone. Recatosi vede dei decori che lo colpiscono a tal punto da farlo commuovere: le scene della guerra di Troia da lui vissuta sono lì, impresse nella memoria collettiva anche di popoli che quelle situazioni non le hanno vissute. Il dolore diventa universale, non più una parentesi riservata solo a chi imbracciava le armi.A quel punto entra in scena un altro personaggio fondamentale: la regina di Cartagine, Didone, che offre loro ospitalità dando in loro onore banchetti e festeggiamenti.La prassi è questa: quando qualcuno arriva e supplica accoglienza la si deve accettare, la ξενία (=ospitalità) è un principio basilare della cultura e del costume greco e non rispettarlo sarebbe cosa grave.L’aspetto interessante è invece la storia di questa donna di potere: proveniente da Tiro, nell’attuale Libano, è sorella del re fenicio Pigmalione.Scappa dalla sua terra perché proprio il fratello uccide il marito Sicheo per potersi impadronire delle sue ricchezze.Arrivata sulle coste africane usa il suo ingegno per fondare una città destinata a rimanere nei libri di storia come una potenza militare e culturale.Mettendola così, allora, diventa un’esule che accoglie altri esuli.L’aspetto su cui vorrei soffermarmi, però, riguarda quelle formelle decorative trovate da Enea nel tempio: la sua commozione è perfettamente paragonabile a quella di tutti gli sfollati delle moderne guerre che vedono nei giornali, nelle televisioni, sui social, il proprio paese distrutto per gli intenti egoistici e assassini di pochi leader.Nella storia di tutti noi c’è l’accogliere, l’essere accolti e il costruirsi dopo una fuga; come Didone infatti l’ospitalità più che un dovere è un istinto che porta ad interessarsi dell’altro e a riporre anche solo un briciolo di fiducia affinchè l’altro entri nel tuo mondo e non lo distrugga, ma sia rispettoso.Una comprensione attuale di quei passi dell’Eneide di Virgilio porta a pensare ad un nuovo modo di essere ospitali: nonostante si possa essere accolti da qualcuno, abbandonare la propria patria è un dovere per la sopravvivenza che porta a morire un po dentro; vedere la propria casa ridotta in macerie o i propri luoghi del cuore coperti da salme rende meno umani e più lobotomizzati dalle logiche infernali della guerra.Tutto ciò porta alla scomparsa di un diritto che se non è attuabile rischia di far perdere la concezione di tutti i conseguenti diritti e doveri che si applicano su e per il singolo quando entra in rapporto con la Cittadinanza: il diritto a vivere in pace nel proprio paese.L’essere cittadini del mondo è un valore inalienabile per tutti noi, dovremmo sentirci membri della grande comunità umana senza distinzioni, ma penso anche che il diritto ad essere cittadini del paese che ci dà i natali sia un patrimonio politico e culturale immenso.

Per queste ragioni ritengo che la conservazione del primitivo atto di accoglienza che da sempre contraddistingue l’uomo vada controbilanciata col desiderio di costruire pace e stabilità. Infatti la fioritura culturale e storica di un paese non deve essere interrotta dai fucili o dalle bombe e un paese non deve vivere nell’ansia che possa essere attaccato da un momento all’altro. Nel ricordarci sempre che ospite è sia colui che viene ospitato che chi sceglie di ospitare, ritengo che dovremmo vivere nella comprensione del fatto che come accogliamo, nel momento del bisogno chiederemo di essere accolti: da soli ci si può rialzare ma la storia è un atto comunitario e anche le grandi città della storia, come Roma nella narrazione virgiliana, senza l’ospitalità reciproca non sarebbe che un villaggio.

Allora forse è vero che la grandezza è frutto della difficoltà e della capacità di creare un’umanità empatica.

 

Micheloni Alessandro

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